0004 Repertorio

CONSIGLIO DI STATO; Sezione VI; 2 luglio 2015 n. 3291

CONCORRENZA (DISCIPLINA DELLA) – AUTORITÀ GARANTE DELLA CONCORRENZA E DEL MERCATO – PROCEDIMENTI – MAGGIOR DURATA – SANZIONE – APPLICAZIONE – TERMINE MASSIMO – INCOMPATIBILITÀ – RAGIONI

CONCORRENZA (DISCIPLINA DELLA) – ANTITRUST – SANZIONI – ART. 31, L. N. 287/1990 – CLAUSOLA LEGISLATIVA DI COMPATIBILITÀ – RATIO – TERMINE QUINQUENNALE EX ART. 28, L. N. 689/1981 – COMPATIBILITÀ – ESCLUSIONE – RAGIONI

CONCORRENZA (DISCIPLINA DELLA) – AUTORITÀ GARANTE DELLA CONCORRENZA E DEL MERCATO – PROCEDIMENTI EX ART. 14, L. N. 287/1990 – TERMINE DI INIZIO – MANCANZA – ART. 14, L. N. 689/1989 – APPLICABILITÀ – LIMITI – CONTESTAZIONE DELLE INFRAZIONI – NOTIFICA – TERMINE – DECORRENZA

CONCORRENZA (DISCIPLINA DELLA) – AUTORITÀ GARANTE DELLA CONCORRENZA E DEL MERCATO – INTESA VIETATA – MERCATO RILEVANTE – DEFINIZIONE E DELIMITAZIONE – MODALITÀ – SINDACATO GIURISDIZIONALE – LIMITI

CONCORRENZA (DISCIPLINA DELLA) – AUTORITÀ GARANTE DELLA CONCORRENZA E DEL MERCATO – INTESA VIETATA – EFFETTI RESTRITTIVI – INDIVIDUAZIONE – NON NECESSITÀ – PARTECIPAZIONE ALLE RIUNIONI – ESTRANEITÀ DALL’INTESA – ONERE DELLA PROVA – NECESSITÀ – CONTENUTO

La maggior durata dei procedimenti a tutela della concorrenza, derivante dalla complessità degli accertamenti richiesti, e la possibilità che la scoperta degli illeciti avvenga anche a distanza di tempo rispetto ai fatti, sono elementi di difficile compatibilità con la fissazione di un termine massimo da riferire alla condotta: dunque anche per l’applicazione della sanzione.

A norma dell’art. 31, l. 10 ottobre 1990, n. 287 («Norme per la tutela della concorrenza e del mercato»), «per le sanzioni amministrative pecuniarie conseguenti alla violazione della presente legge si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni contenute nel capo I, sezioni I e II, della legge 24 novembre 1981, n. 689». La clausola legislativa di compatibilità («in quanto applicabili») impone di considerare che l’obiettiva difficoltà di accertare siffatte violazioni e l’esigenza di ricondurre a ordine i comportamenti anticoncorrenziali, specie se gravi o molto gravi, in modo tale da rendere effettivo il precetto di legge, insieme alla considerazione che le misure in questione hanno normalmente non solo una funzione, de praeterito, retributiva di sanzione ma anche la caratteristica de futuro, primaria ed essenziale, di regolazione pubblica di attività economiche a tutela delle condizioni generali di concorrenza portano a considerare che è difficilmente compatibile con le misure medesime la rigida previsione di un termine di cinque anni, come quello individuato dall’art. 28, l. 24 novembre 1981, n. 689 («Modifiche al sistema penale») per «le violazioni indicate dalla presente legge» quale termine di prescrizione «dal giorno in cui è stata commessa la violazione» per «il diritto a riscuotere le somme dovute per le violazioni», funzionale alla mera retribuzione sanzionatoria di comportamenti individuali e priva di apprezzamenti proporzionali a un dato mercato rilevante.

L’art. 14, l. 10 ottobre 1990, n. 287 («Norme per la tutela della concorrenza e del mercato»), non prevede un termine di inizio del procedimento e non opera l’art. 14, l. 24 novembre 1981, n. 689 («Modifiche al sistema penale»): infatti, il richiamo, pur nei termini dell’applicabilità, delle disposizioni del Capo I, Sezioni I e II, l. n. 689/1981 cit., vale ai soli fini delle sanzioni amministrative pecuniarie, ma non per la disciplina della fase istruttoria del procedimento, in relazione alla quale la fattispecie è distintamente e autonomamente regolata. Comunque, a tutto concedere, il tempo entro cui l’AGCM deve notificare la contestazione dell’art. 14 cit. è collegato non alla commissione della violazione, ma al tempo di accertamento dell’infrazione, pertanto non già alla notizia del fatto sanzionabile, ma all’acquisizione della piena conoscenza della condotta illecita, implicante il riscontro dell’esistenza e della consistenza della infrazione e dei suoi effetti; quindi dal compimento dell’attività di verifica dell’esistenza dell’infrazione, comprensiva delle indagini intese a riscontrare la sussistenza di tutti gli elementi soggettivi e oggettivi.

L’individuazione del mercato rilevante, nel caso di intesa restrittiva della concorrenza vietata dall’art. 2, l. 10 ottobre 1990, n. 287 («Norme per la tutela della concorrenza e del mercato»), è funzionale alla delimitazione dell’ambito nel quale l’intesa stessa può restringere o falsare il meccanismo concorrenziale, e la relativa estensione e definizione spetta all’Autorità nella singola fattispecie, all’esito di una valutazione non censurabile nel merito da parte del giudice amministrativo, se non per vizi di illogicità estrinseca.

In presenza di un oggetto anticoncorrenziale, non è indispensabile ai fini sanzionatori anche l’individuazione degli effetti restrittivi, come si desume anche dal tenore letterale dell’art. 2, l. 10 ottobre 1990, n. 287 («Norme per la tutela della concorrenza e del mercato»), secondo cui sono vietate le intese che hanno «per oggetto o per effetto» una restrizione della concorrenza. Perciò la sola partecipazione di un’impresa alle riunioni nel corso delle quali sono stati definiti gli elementi dell’intesa vietata rappresenta un dato che non consente a tale impresa di invocare poi la propria estraneità rispetto alla fattispecie oggetto di sanzione: a meno che essa non si sia manifestamente opposta alla pratica che si andava in modo evidente delineando, ovvero riesca persuasivamente a dimostrare che la sua partecipazione alle riunioni non si sia connotata di alcuno spirito anticoncorrenziale.

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