0004 Repertorio

CONSIGLIO DI STATO; Sezione VI; 16 aprile 2015 n. 1945

LAVORO SUBORDINATO (RAPPORTO DI) – TUTELA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO – DISAGI E PRESSIONI (MOLESTIE SESSUALI E MOBBING) – MOBBING – DEFINIZIONE – ELEMENTI COSTITUTIVI – INDIVIDUAZIONE

LAVORO SUBORDINATO (RAPPORTO DI) – TUTELA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO – DISAGI E PRESSIONI (MOLESTIE SESSUALI E MOBBING) – MOBBING – PROVA – CONTENUTO E SOGGETTO GRAVATO

LAVORO SUBORDINATO (RAPPORTO DI) – TUTELA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO – DISAGI E PRESSIONI (MOLESTIE SESSUALI E MOBBING) – MOBBING – ELEMENTI COSTITUTIVI – DISEGNO PERSECUTORIO – NECESSITÀ

LAVORO SUBORDINATO (RAPPORTO DI) – TUTELA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO – DISAGI E PRESSIONI (MOLESTIE SESSUALI E MOBBING) – MOBBING – ACCERTAMENTO – MODALITÀ – INDIVIDUAZIONE

DANNI – PATRIMONIALI E NON PATRIMONIALI – NON PATRIMONIALE – LESIONE ALLA SALUTE – CARATTERE UNITARIO – LIQUIDAZIONE – MODALITÀ – INDIVIDUAZIONE

DANNI – PATRIMONIALI E NON PATRIMONIALI – NON PATRIMONIALI (MORALI) – LIQUIDAZIONE – CRITERI – «TABELLE DI MILANO» – APPLICAZIONE

Con il termine mobbing, in assenza di una definizione normativa, si intende normalmente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, complessa, continuata e protratta nel tempo, tenuta nei confronti di un lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si manifesta con comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all’ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno in realtà finalizzato alla persecuzione o alla vessazione del lavoratore, tale che ne consegua un effetto lesivo della sua salute psicofisica ai fini della configurabilità della condotta lesiva di mobbing, da parte del datore di lavoro.

Sul piano processuale, la condotta di mobbing del datore di lavoro deve essere allegata nei suoi elementi essenziali dal lavoratore, che non può limitarsi davanti al giudice a genericamente dolersi di esser vittima di un illecito, ovvero ad allegare l’esistenza di specifici atti illegittimi, ma deve quanto meno evidenziare qualche concreto elemento in base al quale il giudice – eventualmente, anche attraverso l’esercizio dei suoi poteri ufficiosi – possa verificare la sussistenza, nei suoi confronti, di un più complessivo disegno preordinato alla vessazione o alla prevaricazione, in quanto la pur accertata esistenza di uno o più atti illegittimi adottati in danno di un lavoratore non consente, di per sé, di affermare l’esistenza di un’ipotesi di mobbing. Infatti, la ricorrenza di un’ipotesi di condotta mobbizzante deve essere esclusa quante volte la valutazione complessiva dell’insieme di circostanze addotte (ed accertate nella loro materialità), pur se idonea a palesare, singulatim, elementi od episodi di conflitto sul luogo di lavoro, non consenta di individuare, secondo un giudizio di verosimiglianza, il carattere esorbitante ed unitariamente persecutorio e discriminante nei confronti del singolo del complesso delle condotte poste in essere sul luogo di lavoro.

Nel rapporto di pubblico impiego, un singolo atto illegittimo o più atti illegittimi di gestione del rapporto in danno del lavoratore, non sono, di per sé, sintomatici della presenza di un comportamento mobbizzante, occorrendo la presenza di un complessivo disegno persecutorio, qualificato da comportamenti materiali, ovvero da provvedimenti, contraddistinti da finalità di volontaria e organica vessazione nonché di discriminazione, con connotazione emulativa e pretestuosa.

Il mobbing si realizza in presenza di una condotta sistematica e protratta nel tempo che concreta, per le sue caratteristiche vessatorie, una lesione all’integrità fisica e alla personalità morale del prestatore di lavoro, garantite dall’art. 2087 cod. civ.. La sussistenza della lesione del bene protetto e delle sue conseguenze deve essere verificata, procedendo alla valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi e considerando l’idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell’azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza della violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato.

Il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia e omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici, con la conseguenza che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale, con conseguente riconduzione ad unità del concetto di danno non patrimoniale alla salute, comprensivo di tutti gli aspetti con ricadute negative sull’integrità psico-fisica e relazionale della persona lesa, da valutare in modo unitario e globale in un’ottica di personalizzazione con riguardo al caso concreto.

Ai fini della liquidazione, improntata ad una valutazione unitaria del danno non patrimoniale biologico e di ogni altro danno non patrimoniale connesso, ivi compreso il danno morale, si ritiene congruo adottare quale criterio di base i valori risultanti dalle tabelle elaborate ed aggiornate dell’Osservatorio per la giustizia civile di Milano del 19 giugno 2014 (come pubblicate sul relativo sito internet), che operano una liquidazione congiunta sia del danno non patrimoniale conseguente a lesione permanente dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale, sia nei suoi risvolti anatomo-funzionali e relazionali medi ovvero peculiari, sia del danno non patrimoniale conseguente alle medesime lesioni in termini di dolore e sofferenza soggettiva, in via di presunzione in riferimento ad un dato tipo di lesione, includendo nei nuovi valori del c.d. «punto» anche la componente di danno non patrimoniale relativa alla sofferenza soggettiva, e prevedendo percentuali massime di aumento da utilizzare in via di c.d. personalizzazione.

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