0004 Repertorio

CONSIGLIO DI STATO; Sezione VI; 18 maggio 2015 n. 2515

CODICE DEL PROCESSO AMMINISTRATIVO – ESTINZIONE E IMPROCEDIBILITÀ – IMPROCEDIBILITÀ – PRESUPPOSTI – INTERESSE AL RICORSO – RILEVANZA

CONTABILITÀ GENERALE DELLO STATO – «ELENCHI ISTAT» EX ART. 1, COMMA 5, L. N. 311/2004 – PREDISPOSIZIONE – EFFICACIA LESIVA – ESCLUSIONE – RAGIONI – FINALITÀ STATISTICHE E CONTABILI – SUSSISTENZA

CONTABILITÀ GENERALE DELLO STATO – «ELENCHI ISTAT» EX ART. 1, COMMA 5, L. N. 311/2004 – PREDISPOSIZIONE – «CERTIFICAZIONE STATISTICA» – DISCREZIONALITÀ TECNICA – SINDACATO GIURISDIZIONALE – AMMISSIBILITÀ – CONTENUTO – INDIVIDUAZIONE

UNIONE EUROPEA – REGOLAMENTO SEC 95 – «SETTORE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE (S13)» – INCLUSIONE DI ENTI E ORGANISMI – PRESUPPOSTI – CARATTERE CUMULATIVO – SUSSISTENZA

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE (P.A.) – ORGANISMO «IN HOUSE» – CARATTERI – INDIVIDUAZIONE

Ai sensi dell’articolo 35, comma 1, lettera c), cod. proc. amm., il giudice amministrativo deve dichiarare – anche d’ufficio – il ricorso improcedibile «quando nel corso del giudizio sopravviene il difetto di interesse delle parti alla decisione (…) ovvero sopravvengono altre ragioni ostative ad una pronuncia sul merito». Tale disposizione legislativa deve essere ricollegata alla tradizionale nozione di interesse al ricorso (e alla relativa decisione) intesa come l’utilità concreta che il ricorrente, nella situazione giuridica e di fatto in cui versa, si ripromette di ottenere dall’accoglimento del ricorso, sia pure in via indiretta e strumentale.

Non è la predisposizione in sé degli elenchi di cui all’art. 1, comma 5, l. 30 dicembre 2004, n. 311 (e, in seguito, all’art. 1, comma 2, l. 31 dicembre 2009, n. 196) a determinare un nocumento alle amministrazioni, enti e organismi ivi inseriti (nocumento che deriverebbe piuttosto dalla disposta applicazione delle disposizioni in tema di contenimento della spesa pubblica di cui all’art. 1, comma 5, l. 30 dicembre 2004, n. 311 e di cui all’art. 22, d.l. 4 luglio 2006, n. 223). La predisposizione dei c.d. «elenchi ISTAT» muove da finalità eminentemente statistiche e contabili (quali quelle, proprie del Regolamento (CE) n. 2223/96, di pervenire a un quadro contabile il più possibile condiviso e armonizzato al livello UE, fornendo informazioni comparabili, aggiornate ed attendibili sulla struttura e sull’andamento della situazione economica di ogni Paese, in tal modo contribuendo all’attuazione e al monitoraggio dell’Unione economica e monetaria). Il Legislatore nazionale ha talvolta ritenuto di utilizzare gli elenchi e le classificazioni operate ai fini di cui al Regolamento (CE) n. 2223, cit. al diverso – e comunque legittimo – fine di perseguire particolari obiettivi di contenimento delle spese riferibili al c.d. «settore pubblico allargato», in tal caso conferendo al contenuto del c.d. «elenco ISTAT» (al quale peraltro vengono operati alcuni interventi «per sottrazione» – ad esempio, l’art. 22, comma 1, d.l. n. 223/2006) una connotazione e una finalità in parte diverse rispetto a quelle originarie, tipiche di una mera elencazione con finalità statistiche e contabili.

Le attività tecnico-valutative che preludono alla predisposizione del c.d. «elenco ISTAT» devono limitarsi alla coerente e puntuale applicazione di regole e criteri piuttosto rigorosi recati dalla pertinente disciplina comunitaria (in particolare, il Regolamento CE 2223/96 e il relativo «Manuale») limitandosi ad enunciare un giudizio di carattere tecnico che si concreta in una pura e semplice «certificazione statistica». Il giudizio di «certificazione statistica» pur se vincolato in base alla rigida applicazione delle disciplina tecnica di settore, postula pur sempre il corretto apprezzamento dei rilevanti presupposti fattuali e l’altrettanto corretta individuazione delle regole tecnico/giuridiche di riferimento. Quindi, pur riconoscendo gli oggettivi margini di valutazione che devono essere riconosciuti alle amministrazioni deputate all’esercizio di attività tecnico-discrezionali (e all’apprezzamento dei sottostanti presupposti fattuali), resta pur sempre rimessa all’Autorità giurisdizionale la verifica in ordine al corretto apprezzamento da parte dell’amministrazione di settore dei richiamati presupposti fattuali, nonché in ordine alla corretta individuazione dei connessi profili e delle pertinenti regole tecniche di riferimento.

Il paragrafo 2.68 del Regolamento SEC 95 reca la definizione del «settore amministrazioni pubbliche (S13)», il quale «comprende tutte le unità istituzionali che agiscono da produttori di altri beni e servizi non destinabili alla vendita (cfr. paragrafo 3.26) la cui produzione è destinata a consumi collettivi e individuali ed è finanziata in prevalenza da versamenti obbligatori effettuati da unità appartenenti ad altri settori e/o tutte le unità istituzionali la cui funzione principale consiste nella redistribuzione del reddito e della ricchezza del paese»; il successivo paragrafo 2.69, stabilisce che «le unità istituzionali comprese nel settore S.13 sono le seguenti: (…) b) le istituzioni senza scopo di lucro dotate di personalità giuridica che agiscono da produttori di altri beni e servizi non destinabili alla vendita, che sono controllate e finanziate in prevalenza da amministrazioni pubbliche». Relativamente alla seconda delle richiamate previsioni, l’inclusione di un ente o organismo nell’ambito del settore S13 postula la compresenza (e in via cumulativa) dei – quattro – requisiti ivi contemplati, e precisamente: i) l’essere tale ente o organismo privo di scopo di lucro; ii) l’essere dotato di personalità giuridica; iii) l’agire da produttore di beni o servizi «non destinabili alla vendita»; iv) l’essere controllato e finanziato in prevalenza da amministrazioni pubbliche. Dal carattere cumulativo di tali requisiti discende che l’assenza anche di uno solo di essi non consentirà di ascrivere l’ente o organismo di cui si discute nell’ambito del richiamato settore S13.

L’organismo «in house» (al di là del formale «velo societario») si qualifica come mera articolazione organizzativa interna dell’ente o organismo che lo controlla, in tal modo qualificando l’istituto medesimo come legittima declinazione del generale principio dell’autoproduzione (ovvero, per utilizzare la pregnante terminologia della direttiva 2014/23/UE, come corollario del «principio di libera amministrazione delle autorità pubbliche»).

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