Obama, Renzi

OMICIDIO LO PORTO: RENZIE, OBAMA E LE AMMAZZATINE DELLA CIA…

Un colpo di coda invernale, costringendomi a letto venerdì scorso, è stata l’occasione per rivedere l’ennesima replica di un episodio del Commissario Montalbano, intitolato “Par condicio”, in cui una faida di mafia era stata scatenata da una vendetta per ragioni di gelosia. Tra mille dialoghi surreali sulla rispettabilità o meno delle singole uccisioni, emerge un termine comune tanto alla criminalità che alle Forze dell’ordine: quello di ammazzatina, che delimita in termini diminutivi la gravità di un attacco alla vita.

La notizia cui ricollegare il concetto di ammazzatina è quella del connazionale Giovanni Lo Porto, sequestrato ormai da tre anni da Al Qaeda ed ucciso da un attacco aereo a pilotaggio remoto disposto dalla C.I.A. su territorio pakistano: notizia che il Presidente Obama non ha ritenuto nemmeno di comunicare al nostro Presidente del Consiglio in occasione del vertice del 17 aprile scorso presso la Casa Bianca. In seguito alla rivelazione del fatto, breve comunicato stampa di cordoglio da parte di Palazzo Chigi e semplicistica relazione alla Camera dell’on. Gentiloni, quale rappresentante dell’Esecutivo.

Ma quali le implicazioni su un piano politico ed, ancor prima, giuridico di questa vicenda che i due “democratici” protagonisti stanno cercando di minimizzare avanti all’opinione pubblica?

Innanzitutto, sul piano giuridico, può ritenersi l’azione omicidiaria americana giuridicamente lecita? Il quesito si risolve su un piano sia soggettivo, che oggettivo. Sul piano soggettivo l’azione risulta consumata da personale della C.I.A. mediante l’impiego di sistemi a pilotaggio remoto detenuti e gestiti direttamente dai servizi, il cui personale non è legittimato all’uso della forza, salva l’ipotesi estrema della legittima difesa, diversamente da quanto riconosciuto alle unità militari e delle forze dell’ordine, secondo i rispettivi parametri di legittimità (distinzione, proporzione, precauzione ed umanità per le prime; sussidiarietà per le seconde).

Non solo: anche sul piano oggettivo l’azione americana manifesta notevoli profili di criticità. L’operazione è avvenuta in Pakistan, ove non è previsto alcun mandato internazionale ed ove il governo locale non ha chiesto alcun supporto agli Stati Uniti, diversamente da quanto a sui tempo avvenuto in Vietnam del Sud, nel contrasto ad un’insorgenza interna. L’attacco aereo a controllo remoto, pertanto, al di là della carenza di legittimazione soggettiva degli operatori all’uso della forza, è avvenuto al di fuori anche dei presupposti oggettivi che consentono l’innesco della cd. clausola Martens, che consente il ricorso alla forza secondo il cd. diritto dei conflitti armati.

Fosse avvenuto l’attacco contro un obiettivo legittimo ed avesse comportato il medesimo, come in concreto avvenuto, il decesso di civili per di più sequestrati dalla parte avversa, l’azione omicidiaria si sarebbe potuta ritenere almeno astrattamente legittima in termini di distinzione e proporzionalità, ma con ulteriori quesiti da risolvere in termini di precauzione ed umanità: precauzione, per carenza di sufficiente intelligence nella designazione dell’obiettivo (senza adeguato controllo diretto umano: cd. humint – human intelligence); umanità, in quanto un attacco aereo preclude per definizione la possibilità all’obiettivo di arrendersi per sfuggire all’azione letale.

Ma tanto è avvenuto: personale privo di status militare ed al di fuori di aree di operazioni, in cui possa applicarsi il diritto dei conflitti armati e sia quindi legittimato l’impiego della forza deliberatamente letale, ha presumibilmente attaccato un covo terroristico (a dar fiducia alle tutt’altro che trasparenti fonti americane) provocando come effetto collaterale la morte di un cittadino italiano. Se così sono andati i fatti, si è assistito dunque ad una cd. aberratio ictus plurilesiva, punibile ai sensi dell’art. 82, comma 2, c.p. a titolo doloso. Reato soggetto, ai sensi dell’art. 10 c.p., alla giurisdizione ordinaria italiana e che vede tra i responsabili, quale organo di vertice della catena di comando e controllo, lo stesso Presidente degli Stati Uniti, una volta che ne sarà venuta meno l’immunità alla scadenza del mandato presidenziale, sempre che si verifichino le condizioni di esercizio della giurisdizione interna per i delitti comuni commessi all’estero ai danni di cittadini italiani (presenza sul territorio dello Stato e richiesta del Ministro della Giustizia). Peraltro, in ordine alla responsabilità dei Presidenti americani, come rappresentanti di vertice dell’esecutivo, copiosa giurisprudenza si è stratificata nell’ultimo ventennio, dopo due secoli di silenzio, nelle aule di giustizia americane in applicazione del cd. Alien Tort Statute, una disposizione risalente ai primi anni di vita degli Stati Uniti (Judiciary Act del 1791) e destinata a prevenire conflitti internazionali per condotte illecite dell’amministrazione che potessero assumere rilevanza internazionale, ed in particolare: violazione dei salvacondotti, violazione delle prerogative degli ambasciatori e pirateria.

Al di là del caso concreto, che verosimilmente non riceverà mai giustizia, quale problema politico si impone sul panorama internazionale e quale opportunità di ridiscussione si profila per l’Italia proprio in seguito all’omicidio Lo Porto: la revisione della strategia antiterroristica americana con tutti gli effetti di destabilizzazione che sta determinando in aree, per di più, di estrema vicinanza al nostro Paese.

Già nella seconda metà degli anni novanta gli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar Es Salaam, nonché l’attacco all’U.S.S. Cole avevano dato il destro per interventi armati in Sudan a titolo ritorsivo, così come avevano iniziato ad attivare in seno alle Nazioni Unite una strategia di reazione alla minaccia terroristica internazionale.

Con l’11 Settembre l’Amministrazione americana ha totalmente oltrepassato i limiti del diritto internazionale dei conflitti armati concependo, a livello sia politico che militare, una guerra al terrorismo, che ne sfugge totalmente la disciplina. Da un’impostazione aggressiva di preemptive defense, di matrice repubblicana, che ha anticipato la soglia di rilevanza a giustificazione degli interventi armati a livelli di pura evanescenza (si pensi all’intervento in Iraq, nonostante gli esiti totalmente contrari degli accertamenti della commissione Blix), alla nuova soft war dell’amministrazione Obama, con cui si tende ad alleggerire l’ingaggio ufficiale delle forze armate americane con un progressivo impiego di milizie private a tutela degli operatori economici e, soprattutto, con lo spregiudicato ricorso a personale dei servizi, privi di statuto ed onore militare, tutelato dal controllo a distanza degli strumenti di offesa.

Viene meno in questo nuovo conflitto l’elemento ricognitivo del soggetto legittimato all’uso delle armi: la visibilità della bandiera e dell’uniforme; viene meno la condivisione del rischio sul campo di battaglia con quanto ne consegue a livello etico sull’osservanza del principio di umanità nell’esercizio della forza.

Con queste operazioni, gestite da personale civile, che mi immagino affetto da obesità, intento a consumare smisurati hamburger che fanno colare le più indicibili salse sulle tastiere dei computer con cui controlla i propri strumenti di attacco, si porta, in tale violazione dell’art. 2, § 4, della Carta delle Nazioni Unite, il conflitto in Paesi che non sono originariamente affetti da instabilità rilevanti ai fini del riconoscimento di condizioni di conflitto interno, fino a scatenarvi il totale collasso delle istituzioni e la creazione di una situazione di conflitto civile potenzialmente permanente.

A questo aggiungasi anche l’estrema spregiudicatezza con cui l’amministrazione americana sta gestendo il supporto alle parti in conflitto: per far riferimento alla sola Siria, mentre nel settembre 2013 tutto sembrava pronto per un attacco contro Assad a sostegno dei ribelli (il Pontefice allora si pronunciò in termini alquanto fermi, destando dubbi sugli interventisti in buona fede) ed ora, ad un anno e mezzo di distanza, le posizioni risultano diametralmente ribaltate, sventolando il nuovo spauracchio dell’ISIS.

Nel frattempo il nostro Paese si trova sotto l’assedio di una migrazione che costituisce un business a sé stante: la tratta di uomini, nel cui corso si consumano le più indicibili scelleratezze, soprattutto nei confronti dei soggetti deboli, ovvero donne e bambini. Cosa fare su questo problema: intervenire in Libia, per interrompere la parte conclusiva del flusso? E con quali risorse?

Tra gli atteggiamenti geopolitici (si scusi la generalizzazione) attualmente assunti dalle Superpotenze, quello americano risulta oggi sicuramente più pericoloso, in quanto di fatto riconosce dignità di interlocuzione politico-militare ad un fenomeno, il terrorismo internazionale, meramente criminale, senza nemmeno riuscire a raggiungere l’intento di abbatterlo: intento che va verificato fino a che punto coincida con gli interessi economici relativi al controllo delle risorse. Così si finisce per ottenere il petrolio a basso costo, ma a dover sostenere degli impatti socio-economici che vengono a porre addirittura in discussione l’identità del nostro Paese nel medio periodo.

Speriamo che gli ambiziosi ragazzotti toscani che ci governano siano in grado di cogliere la tragedia occorsa al nostro connazionale per porsi intorno ad un tavolo ed iniziare a richiedere maggior rigore e coerenza nella politica estera al nostro alleato d’oltre oceano…

                                                                                                                                                                      G.P.

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