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C. COST. 238/14, CONTRO LE NAZIONI UNITE SULLA IMMUNITÀ ALLA GERMANIA: SOTTO LA TOGA NIENTE?

Nella propria azione di demolizione della certezza del diritto scritto, in omaggio al convincimento di adeguare il “diritto vivente” all’evoluzione dei rapporti sociali, la Consulta, questa volta, l’ha combinata un po’ più grossa del solito, mettendo in discussione addirittura la legge di ratifica dell’adesione del Governo italiano alle Nazioni Unite.

Contesta, in particolare, la Corte Costituzionale il principio di reciproca immunità degli Stati di fronte alle giurisdizioni interne degli ordinamenti stranieri, per lo meno per le ipotesi di maggior gravità come i crimini internazionali: principio di immunità contestato anche dalla Corte di Cassazione, che con due pronunce risalenti al 2004 ed al 2008 aveva condannato la Germania a risarcire i danni sofferti da alcune vittime di crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal regime nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.

In linea astratta la posizione della Corte di Cassazione potrebbe sembrare non solo corretta, ma anche coraggiosa nell’affermare la primazia del diritto anche nei confronti dell’illecito esercizio di poteri sovrani, quando si riveli di così caro prezzo. Già nell’applicazione concreta, tuttavia, tale posizione si è manifestata sin da subito una mera petizione di principio, in quanto, al di là della condanna, i maggiori problemi si sono manifestati nell’esecuzione forzata, limitatasi alla promozione di un’espropriazione immobiliare, poi arenatasi, di un bene del Governo tedesco (Villa Vigoni, centro culturale sito a Menaggio).

Nessun atto esecutivo si è mai concepito, ovviamente, da promuovere in territorio tedesco, in forza dei due titoli esecutivi passati in giudicato. Anche una pronuncia delle Autorità greche è stata peraltro azionata come titolo per un intervento nell’espropriazione della villa situata in territorio italiano.

La Repubblica federale tedesca, naturalmente non entusiasta di essere sottoposta alla giurisdizione di organi appartenenti ad ordinamenti giudiziari stranieri, ha sollevato un conflitto avanti alla Corte Internazionale di Giustizia, che con una nota sentenza del 3 febbraio 2012 ha ribadito l’immunità degli Stati avanti alle giurisdizioni interne degli ordinamenti stranieri quale principio comunemente accettato in forza di diritto internazionale consuetudinario.

La magistratura italiana, dopo due pronunce della Cassazione, con cui a denti stretti si è reso omaggio alla pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia, dichiarando carenza di giurisdizione nei confronti dello Stato tedesco (nonostante la gravità dei fatti costituenti titolo delle azioni risarcitorie), comunque non si è data pace e, buon ultimo, il Tribunale di Firenze all’inizio del 2014 ha rinviato gli atti alla Corte Costituzionale, sollevando il quesito di legittimità costituzionale di tre norme:

– della norma «prodotta nel nostro ordinamento mediante il recepimento, ai sensi dell’art. 10, primo comma, Cost.», della norma consuetudinaria di diritto internazionale sull’immunità degli Stati dalla giurisdizione civile degli altri Stati;

– dell’art. 1 della legge 17 agosto 1957, n. 848 (legge di ratifica dell’adesione dell’Italia alle Nazioni Unite);

– dell’art. 3 della legge 14 gennaio 2013, n. 5 (legge di ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, firmata a New York il 2 dicembre 2004).

Il primo quesito è stato dichiarato, bontà della Corte, infondato (la formula più corretta sarebbe risultata una declaratoria di inammissibilità), in quanto non riferito a norma legislativa primaria, ma a consuetudine, su cui la Corte non può esercitare giurisdizione.

Diversamente è avvenuto per le altre due norme, dichiarate costituzionalmente illegittime, «nella parte in cui obbligano il giudice italiano ad adeguarsi alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia (CIG) del 3 febbraio 2012, che gli impone di negare la propria giurisdizione in riferimento ad atti di uno Stato straniero che consistano in crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona».

Il risultato politico cui la pronuncia conduce è che l’Italia non presta più completa adesione alla Carta delle Nazioni Unite, forse in quanto Paese con cultura politico-giuridica più avanzata della restante parte della Comunità internazionale (questa la lezione che la Consulta avrà inteso rendere?): fatto sta che l’Italia da oggi in avanti si ritiene in potere di sottoporre alla propria giurisdizione interna gli altri Stati stranieri quali civilmente responsabili di gravi lesioni (ad oggi per crimini riferibili al contesto bellico, ma nulla preclude ulteriori aperture ad altri titoli di rilievo internazionale, quali terrorismo, pirateria e traffico di stupefacenti) dei diritti fondamentali.

Va qui peraltro incidentalmente ricordato che anche lo Statuto di Roma nell’istituire una giurisdizione internazionale (la Corte penale internazionale) ha previsto la sola responsabilità delle singole persone fisiche coinvolte nei crimini di rilevanza, escludendo tuttavia qualsiasi potere della Corte nei confronti dei singoli Stati.

Sulla base di quali criteri si può, quindi, giudicare la pronuncia della Consulta come un rivoluzionario passo in avanti della cultura politico-giuridica internazionale, piuttosto che come un clamoroso capitombolo con gravi ripercussioni sulla responsabilità politica della Repubblica nei rapporti internazionali?

Il punto essenziale sta nel concetto di immunità: in questa ampia categoria possono farsi rientrare fenomeni tra loro totalmente differenti: da un lato vengono in considerazione le prerogative individuali che escludono l’esercizio della giurisdizione nei confronti di determinati soggetti in ragione del conflitto della tutela giurisdizionale con ulteriori interessi politici di ordine superiore (classico esempio le immunità funzionali di riferite a cariche politiche o diplomatiche, che peraltro non rivestono un carattere assoluto).

Dall’altro, ed è il caso degli Stati stranieri, si pone un limite riferito non al soggetto sottoposto a giurisdizione, ma a quello giurisdicente: se ogni Stato è sovrano, come può concretamente concepirsi una giurisdizione interna nei confronti di uno Stato straniero, anch’esso titolare di sovranità? Soprattutto quando una pronuncia si risolva in una condanna, come potrebbe mai attuarsi tale condanna in forma esecutiva esplicando poteri sovrani nazionali al di fuori dei confini dello Stato che esercita giurisdizione?

Non deriva da un semplice privilegio di origine consuetudinaria, ma da un’intrinseca necessità logica che la giurisdizione si esplichi dove, nei confronti di chi e su cosa sia concretamente soggetto ai poteri sovrani dello Stato di cui il singolo organo giudiziario costituisce espressione.

Ciò sta a significare, allora, che di fronte ai cd. core crimes non sussisterebbe alcuno strumento di tutela nei confronti dello Stato straniero? Tale tutela (e qui si rende necessaria una svolta culturale che ponga fine all’emergenza nel nostro Paese, restituendo a ciascun singolo potere le rispettive prerogative funzioni, arginando la funzione vicaria assunta dalla magistratura nei confronti dei poteri politici) si può esercitare esclusivamente in via politica, mediante il legittimo uso della forza e la successiva stipula delle condizioni di pace. Il potere nazista in Nord Italia non è stato sconfitto da una procura, ma dall’intervento militare degli Alleati; e, se scarso potere ha avuto l’Italia in occasione della firma delle condizioni di pace, ciò è esclusivamente dovuto alla responsabilità politica assunta dalla medesima rispetto agli eventi bellici.

Ricondurre la tutela dei diritti individuali alla sede politico-militare, tuttavia, potrebbe significare riconoscere la primazia del diritto del più forte, riservata al solo vincitore a danno dello sconfitto: ma anche qui è in sede politica, e non giuridica, che deve rinvenirsi la soluzione. Soluzione che si identifica nella distinzione tra totalitarismo e democrazia: quest’ultima è una forma di organizzazione che si distingue dal primo innanzitutto per la capacità di mettere in discussione la responsabilità politica e giuridica dei propri rappresentanti.

La Germania è una repubblica dotata di una costituzione democratica che riconosce al proprio interno gli strumenti rimediali per le sofferenze inferte dal regime nazista. Gli Stati Uniti, peraltro, a titolo esemplificativo, sin dal 1791 si sono dotati di un testo di legge, cd. Alien tort statute, volto a risarcire i privati stranieri dei danni determinati da un impiego illegittimo delle prerogative sovrane e la ragione politica dell’adozione di tale testo di legge fu proprio quella di evitare l’esposizione politica ad attacchi da parte di potenze straniere a scopo di tutela dei cittadini appartenenti a quest’ultime. Quest’ultima legge, dimenticata per oltre due secoli, è divenuta di frequente applicazione (con alterne fortune, in verità, a seconda anche del grado di ingerenza dell’Esecutivo sulle singole corti) per numerosissime azioni risarcitorie riferite alle repressioni che hanno caratterizzato l’operazione Condor in America latina, così come al contrasto al terrorismo internazionale negli ultimi quindici anni.

Fin qui considerazioni in termini esclusivamente politico-giuridici: la tutela del cittadino nei confronti dello Stato straniero può, dunque, realizzarsi esclusivamente con strumenti politici (con l’eventuale prosecuzione sul piano militare) o ricorrendo alla tutela giudiziaria avanti alle Autorità appartenenti allo Stato responsabile, sempre che quest’ultimo goda di un ordinamento democratico.

Ma anche in termini meramente economici la prospettiva non cambia: il Reich tedesco ha consumato crimini nei confronti di decine di milioni di esseri umani. Alcune famiglie, totalmente sterminate, non avrebbero ora nessuno a rappresentarle: non sarebbe nemmeno configurabile una tutela risarcitoria in termini di danno biologico e danno morale, non basterebbero le sostanze dell’intera economia tedesca.

Ci sono fenomeni, che, a settanta anni di distanza, devono ritenersi ormai definitivamente storicizzati e la cui attualità deve limitarsi al monito che determinati comportamenti possono ancora oggi ripetersi, come in effetti si stanno attualmente ripetendo su scala più ridotta, con la polverizzazione di una terza guerra mondiale per il controllo e sfruttamento delle risorse del pianeta, che dà ampio sfogo a politiche di natura genocidiaria.

Questa, però, non è questione che può investire il nostro ordinamento giudiziario interno, che dovrebbe lasciare alla politica la gestione dei rapporti internazionali (magari senza mettere in discussione la Carta delle Nazioni Unite…) e tornare a dimostrare maggiore attenzione e solerzia nelle materie di sua competenza: tutela del patrimonio e garanzia dell’ordine pubblico sulle strade, la cui carenza sta dando fiato ad un’insorgenza di quartiere destinata ad essere strumentalizzata a scopo politico.

Ma allora, perché nel titolo il riferimento alla pellicola degli anni ottanta? Perché i fenomeni sociali non si evolvono in sincrono: letteratura, filosofia, musica, politica e diritto hanno avuto le loro epoche crescenti, classiche e discendenti anche con rilevanti sfasamenti le une dalle altre. Questa continua autoreferenzialità del potere giudiziario nel suo complesso, anche di questa peculiare giurisdizione che dovrebbe occuparsi esclusivamente di conformità delle leggi alla Costituzione, ma che si eleva a luogo di indirizzo culturale e politico ricorda molto il rampantismo degli anni ottanta, che ci sta lasciando un ordinamento da bere…

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