expo2015

MILANO 1° MAGGIO 2015: GRATTA L’EXPO E TI RISPUNTA LA DIAZ

Notevoli le indignazioni diffusesi per il web, in una giustificata reazione di fronte ad una violenza non solo ingiustificata, ma anche disarmante per quanto concerne le capacità di reazione da parte delle istituzioni a violazioni sempre più ricorrenti all’ordine pubblico, manifestatesi in contesti non solo politici, ma anche più semplicemente sportivi.
Quanto particolarmente emerge di odioso è la lesione, oltreché della sicurezza del personale delle Forze dell’ordine, anche dei diritti patrimoniali della collettività necessariamente affidati alla pubblica fede, come nel caso degli esercizi commerciali, dei luoghi di residenza, degli autoveicoli, oltreché, considerata anche la particolare congiuntura economica, dei beni destinati al godimento comune.
Ascoltando le trasmissioni succedutesi nel fine-settimana, un dato è emerso chiaro nella strategia adottata dalle Forze dell’ordine: l’esclusione di qualsiasi contatto diretto tra quest’ultime ed i manifestanti più facinorosi; la limitazione dell’intervento alla mera cinturazione del percorso e, solo quale extrema ratio, l’impiego di strumenti di respingimento a distanza, primi tra tutti gli idranti.
Risultato di tale strategia, con il plauso di ampio schieramento politico e di parte anche dell’informazione, la messa a ferro e fuoco delle strade, come se la tutela dell’incolumità dei manifestanti e non l’incolumità pubblica (ma ciò non è previsto in alcuna convenzione internazionale) fosse l’obiettivo prioritario di ogni operazione di ordine pubblico.
In che clima deve valutarsi l’atteggiamento delle Forze dell’ordine, che si sta man mano confermando da oltre un quinquennio (si pensi solo alla manifestazione di Roma dell’autunno del 2011, durante la quale prese tranquillamente fuoco un cellulare dei Carabinieri ed il Questore si compiacque del fatto che la giornata si fosse conclusa senza morti…)?
Ritorna fuori il fantasma del G8 di Genova e della recente condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con cui l’Italia è stata condannata per il reato di tortura per l’irruzione nella scuola Diaz: può comprendersi la rabbia e la voglia di giustizia che diversi manifestanti non violenti possano aver provato per le percosse subite durante l’operazione, ma i recenti sviluppi in materia di ordine pubblico pongono sul tavolo almeno due considerazioni.
Innanzitutto sul piano istituzionale si pone un pressante problema di leale collaborazione tra i differenti poteri dello Stato: gli impegni internazionali del nostro Paese richiedono l’adozione di forme di inchiesta indipendente per tutte le ipotesi di impiego della forza da parte delle istituzioni, sia per ragioni di polizia, sia per finalità militari. Ma nel riparto di attribuzioni tra esecutivo e magistratura quest’ultima, come insegna l’esperienza israeliana (da impegnata nella difesa della propria popolazione e del proprio territorio sin dalla data di dichiarazione dell’indipendenza), deve limitarsi all’accertamento di condotte criminose secondo gli ordinari e rigorosi criteri di tipicità e responsabilità soggettiva. L’aula di giustizia non deve costituire il luogo di riesame della discrezionalità amministrativa che l’ordinamento affida ai comandanti delle operazioni di ordine pubblico, così come pure militari: il confronto con la violenza e l’imprevedibilità a priori dell’esito di tale confronto escludono che possano essere sottoposte a sindacato le scelte adottate nella pianificazione e gestione di tali operazioni, salvo che non si manifestino volontarie violazioni dei limiti che consentono il legittimo ricorso all’uso della forza.
Nel nostro Paese un organo di giustizia nemmeno interno, ma sovranazionale, con poteri di indirizzo politico persino nei confronti del Parlamento è arrivato, tra la gioia degli antagonisti (ricordo personalmente il giubilo in trasmissione di Casarini), a pronunciare la consumazione del reato di tortura in condizioni oggettive in cui tale reato non sarebbe nemmeno astrattamente configurabile.
Di fronte a tale atteggiamento del potere giurisdizionale (tra l’oramai sempre più radicata ignavia di Governo e Parlamento), le Forze di polizia hanno dato la loro risposta a Milano: non si mettono più gli operanti a rischio di diretto contatto (per quanto percosse e lanci di bottiglie molotov ne abbiano pur subiti…) e non per ragioni di incolumità; per ragioni inerenti alla prevenzione di possibili responsabilità penali destinate a ripercuotersi su tutta la catena di comando e controllo. In questo clima di non collaborazione le città rimarranno sempre più esposte al rischio di devastazione.
La seconda considerazione va indirizzata alle istanze di libertà provenienti dalla società civile: in un mondo in cui la Consulta continua a minare la certezza del diritto invocando un ipotetico diritto vivente (il realtà il diritto nasce, sin dalla formazione della norma, morto e morto sepolto, in quanto, in mancanza, non sarebbe neppure praticabile il primo precetto del diritto naturale: “pacta sunt servanda”…), deve tenersi conto dell’evoluzione delle categorie non giuridiche, ma etiche e sociali.
Il diritto di manifestazione negli anni settanta, in pieno dilagare del terrorismo, era esercitato non da consessi improvvisati, ma da organizzazioni consolidate che avevano alle spalle trent’anni di vita repubblicana, il più delle volte vent’anni di clandestinità e, tal volta, qualche ulteriore decennio di vita sotto il Regno: le rispettive istanze avevano precisi riferimenti costituzionali e non si fondavano su interessi meramente diffusi (l’osservanza della legalità nello svolgimento degli appalti dell’Expo) sostenuti da gruppi privi di organizzazione e rappresentatività.
A che pro concedere la piazza ad una manifestazione organizzata non si sa bene da chi e per quale ragione? Anche nell’esercizio dei diritti occorre che vengano adeguatamente assolti preventivamente tutti gli oneri di responsabilità, a partire da un’adeguata organizzazione sotto il profilo del servizio d’ordine. Una città devastata, la sicurezza del personale delle Forze dell’ordine non costituiscono il prezzo fisiologico di un diritto di manifestazione del tutto indeterminato.

                                                                                                                                            G.P.

P.S.: in un Paese responsabilmente costruito da un milione di vittime nel corso del ventesimo secolo, resta quanto mai opportuno che l’inno (scritto da una vittima del Risorgimento) continui a far riferimento all’estremo sacrificio che non in pochi hanno sostenuto e che la parola morte resti là dov’è…

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