0012 European Court of Human Rights

ECtHR 7 aprile 2015, Cestaro – Italia: ci mancava la tortura…

Di un certo clamore, a dire il vero gratuito sia nei presupposti che negli effetti, l’ultima pronuncia in data 7 aprile 2015 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in ordine ai disordini accaduti durante il G8 di Genova: in particolare la Corte ha preso in esame una richiesta di tutela riferita esclusivamente alle condotte assunte dalle Forze dell’ordine durante l’irruzione (cui ha fatto seguito l’esecuzione di numerosi arresti, perquisizioni e sequestri) nella scuola Diaz nella notte tra il 21 ed il 22 luglio 2001; sono invece rimaste escluse dal contraddittorio quelle ulteriori successive alla traduzione degli arrestati nella caserma di Genova-Bolzaneto, non essendo stato il ricorrente a suo tempo uno degli arrestati.

Tre le censure da evidenziare sinteticamente sulla sentenza, di cui le prime due nel merito e la terza sul piano ordinamentale.

Desta innanzitutto scalpore il singolare appiattimento nel corso della motivazione tra condotte di natura e gravità totalmente diverse tra loro: la tortura, i trattamenti inumani o degradanti ed i maltrattamenti. Tutti e tre i fenomeni sono trattati tra loro su un piano di totale equivalenza, sollevando equivoci destinati ad influenzare l’esito finale della decisione.

In secondo luogo, la Corte, pur facendo ampio rinvio alle definizioni contenute nelle convenzioni e nelle dichiarazioni internazionali, non coglie una fondamentale distinzione tra gli elementi di contesto che caratterizzano il ricorso illecito all’uso della forza da parte di pubblici ufficiali o comunque rappresentanti delle pubbliche istituzioni: il controllo o meno sulla persona destinataria dell’azione e sul territorio in cui l’azione stessa si verifica.

La distinzione vale tanto in ambito bellico, che in contesto di ordine pubblico e polizia giudiziaria: finché il territorio ed il soggetto passivo dell’azione non sono sotto il controllo incontestato del soggetto agente, non è concettualmente configurabile la condotta di tortura. Pur cambiando i presupposti che legittimano l’impiego della forza (distinzione, proporzione, precauzione ed umanità per le operazioni militari; sussidiarietà per quelle di ordine pubblico e polizia giudiziaria), finché il soggetto agente opera su un terreno contestato e senza aver ancora conseguito il definitivo controllo sul soggetto passivo, ogni uso illecito della forza è destinato a risolversi in un ordinario crimine privo di cause di giustificazione. Per questo è di fondamentale importanza la distinzione in ordine al luogo ed alle circostanze in cui si sono verificate le condotte contestate: se oggetto di cognizione fossero stati abusi compiuti in caserma allora sì si sarebbe potuto configurare astrattamente la consumazione di condotte di tortura, purché se ne fosse effettivamente riconosciuta l’esistenza degli elementi di specificità del dolo previsti nelle convenzioni internazionali, tra cui innanzitutto quelli informativi o confessori, punitivi, intimidatori, coercitivi e discriminatori, descritti, tra le altre fonti, dall’art. 1 della Dichiarazione dell’Assemblea Generale del 9 dicembre 1975 e della successiva Convenzione del 10 dicembre 1984.

La Corte, dunque, nel merito non avrebbe avuto a disposizione alcun elemento di fatto su cui procedere contro il Governo italiano in termini di tortura, pur potendo censurare l’illiceità dell’operato delle Forze dell’ordine per violazione dei limiti di sussidiarietà nell’uso della forza, con conseguente rilevanza in termini di criminalità ordinaria delle singole condotte oggetto di contraddittorio.

Ma qui si passa alla terza censura, sull’evidente sterzata del ruolo della Corte da giudice risarcitorio in unica istanza a giudice costituzionale a livello sovranazionale, con tutti gli effetti che ne conseguono sulla rappresentatività popolare nell’indirizzo politico dei singoli Paesi soggetti alla sua giurisdizione.

Diversamente da quanto avvenuto nei confronti della Corte Internazionale di Giustizia in ordine al riconoscimento dell’immunità reciproca degli Stati avanti alle singole giurisdizioni interne straniere, questo si dimostra un provvedimento a fronte del quale veramente ricorrere alla teoria dei contro-limiti per affermarne la contrarietà al nostro ordinamento costituzionale. Si introduce, infatti, proprio in nome della responsabilità democratica nell’esercizio di poteri sovrani, un sindacato che espone gli appartenenti alle Forze dell’ordine ad un sistema sanzionatorio del tutto sbilanciato rispetto alle forze loro contrapposte nelle operazioni di ordine pubblico, in quanto un manifestante che aggredisce un operante risponderà semplicemente di lesioni, mentre quest’ultimo, quando non gli sia riconosciuta la legittima difesa o ne sia contestato l’uso della forza al di là della sussidiarietà, si trova esposto a possibili imputazioni per tortura.

Il Parlamento, nel disegno di legge per ora approvato avanti ad un unico ramo, ha adottato una soluzione di buon senso. A fronte di un’apparente ottemperanza, ha infatti introdotto rispetto al contenuto della sentenza due correttivi: innanzitutto limitando la configurabilità del reato alle sole ipotesi di detenzione (con ciò si aprirà comunque prevedibilmente un contenzioso da parte dei detenuti nei confronti del personale dei corpi di polizia giudiziaria); in secondo luogo equiparando anche i privati agli operanti, quando consumino le loro condotte in condizioni di segregazione della persona offesa. Va da sé che quest’ultima ipotesi risulta del tutto ipotetica, potendosi difficilmente configurare la consumazione di tortura ai danni di un sequestrato, cui non faccia seguito l’omicidio, con il conseguente assorbimento della condotta nell’aggravante della crudeltà o dei motivi abbietti. Senza ulteriormente valutare come il nuovo sistema sanzionatorio possa generare effetti criminogeni per i reati di sequestro di persona a scopo tanto terroristico che di estorsione.

Staremo a vedere gli sviluppi…

                                                                                                                                                                 G. P.

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