ECHR, European Court of Human Rights

ECtHR 14 aprile 2015, Contrada – Italia: timidezze farisaiche in materia di legalità

È tornata nel 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a pronunciarsi sulla vicenda Contrada, affrontata questa volta non sul piano della legittimità del regime carcerario, ma su quello dell’osservanza del principio di legalità (no punishment without law).
Tralasciando, come di consueto, ogni valutazione nel merito dell’intricata vicenda giudiziaria, peraltro oggetto di notevoli strumentalizzazioni ideologiche, vale la pena concentrare l’attenzione sul titolo della pretesa risarcitoria e sulla posizione assunta nella decisione da parte della Corte sovranazionale.
Per quanto concerne il primo, il ricorrente ha lamentato la violazione del principio di legalità da parte delle corti interne mediante il ricorso alla controversa figura pretoria del cd. concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso: costruzione interpretativa che ha consentito l’estensione della responsabilità penale per la fattispecie di cui all’art. 416-bis c.p. anche per quelle ipotesi in cui la condotta del soggetto agente non rispondesse a tutti gli elementi tipici inerenti alla partecipazione, se non addirittura all’organizzazione, del vincolo associativo.
La richiesta di tutela, peraltro, vale qui precisare, necessariamente non poteva riferirsi alla violazione degli artt. 1 c.p. e 25 Cost., già oggetto di esame e giudicato in sede interna, ma dell’art. 7 della Convenzione, che garantisce uno standard di garanzia non necessariamente corrispondente a quello previsto nei singoli ordinamenti dei Paesi aderenti al Consiglio d’Europa.
Sul punto la Corte perviene all’accertamento della violazione ed all’accoglimento della domanda risarcitoria sulla base di una circostanza di carattere meramente storico: l’anteriorità dei fatti rispetto alla sentenza Demitry, pronunciata dalle Sezioni Unite il 5 ottobre 1994. A decorrere dal deposito di quella pronuncia, ha ritenuto la Corte essersi sufficientemente consolidati i presupposti di conoscibilità del precetto penale (di origine pretoria) e quindi legittima la pretesa punitiva in termini sia general che special preventivi.
Sul punto si ritiene di dover fermamente dissentire e le ragioni di maggior perplessità concernono non tanto le garanzie inerenti all’ordinamento penale, bensì la distribuzione delle attribuzioni all’interno di un ordinamento democratico in generale, così come all’interno del nostro sistema costituzionale in particolare, da un lato, e l’autogiustificazione con cui in qualche modo la Corte (non si sa fino a che punto consapevolmente o meno) si assicura la costante espansione delle proprie prerogative a detrimento dell’indipendenza politica dei singoli Stati membri soggetti alla propria giurisdizione.
Iniziando dal primo aspetto la Corte riconosce legittimità al consolidamento di un criterio di responsabilità di origine giurisprudenziale, con ciò violentando peraltro la tradizione storica sia romanistica che anglosassone su un ipotetico ruolo normativo delle corti al loro interno.
In ambito romanistico il cd. diritto pretorio non si costituisce in forza dei pronunciamenti dei singoli iudices che esercitano giurisdizione, ma degli editti con cui il Praetor, figura del tutto assimilabile ad organo di indirizzo politico di natura esecutiva negli ordinamenti moderni, formula il proprio indirizzo di tutela dei diritti, mediante il riconoscimento del potere di agire, al di là delle specifiche previsioni contenute nelle singole leges formalmente approvate dai Comitia. Tale potere, di natura rigorosamente politica, gli viene conferito dalla legittimazione dei Comitia stessi in occasione della rispettiva elezione.
Il diritto romano, dunque, nella formula riassunta nell’acronimo S.P.Q.R. vede comunque una partecipazione diretta od indiretta del Populus nell’indirizzo politico della Respublica, anche per quella specifica fonte che non prevede l’adozione di atti formali, ovvero la consuetudine, rispetto alla quale il ruolo dello iudex resta sempre quello di riconoscimento dell’esistente, e non della fondazione del nuovo.
Analogamente la tradizione inglese Common Law sta indicare un processo di unificazione introdotto progressivamente da Enrico II in modo da armonizzare tra loro i localismi del diritto sassone, radicatosi nell’isola da secoli, e le nuove spinte unificatrici della nuova nobiltà normanna. La Common Law, dunque, opera mediante la ricognizione da parte di funzionari itineranti maggiormente propensi ad una fedeltà dinastica del diritto consuetudinario ed impiega lo strumento della stratificazione dei pronunciamenti scritti come criterio di unificazione, stabilizzazione e certificazione del diritto.
In nessuna delle due matrici originarie del diritto europeo, dunque, si assiste a permissività nei confronti delle corti quali luoghi di normazione in senso stretto e del tutto barbarica, in quanto aliena all’insegnamento dei padri, è l’invocazione al diritto vivente che la Corte Costituzionale costantemente reitera nei propri pronunciamenti.
Con la sentenza in commento, dunque, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in sintesi, cosa afferma: apparentemente concede tutela e vittoria al ricorrente Contrada, ma offre in cauda venenum, riconoscendo astrattamente all’autorità giurisdizionale italiana il potere di introdurre “pretoriamente” (violentando il significato che il termine ha nella tradizione romanistica) nuove fattispecie incriminatrici penali. Riconosciuto tale potere in astratto, ne censura tuttavia l’esercizio nel caso concreto sulla base della singola circostanza che il caso Demitry non fosse ancora stato deciso con sentenza passata in giudicato al momento della consumazione del fatto. Ma che dire, allora, dell’imputato Demitry? Su che base condannarlo per la prima volta? Ed, in considerazione del contenuto necessariamente concreto degli atti del potere giurisdizionale, a che titolo riconoscere un’ipotetica efficacia di tale pronuncia esclusivamente pro futuro? Quale il sistema ufficiale di pubblicità dell’innovazione normativa che dovrebbe discendere dal singolo e specifico pronunciamento giurisdizionale.
Evidentemente farisaica la condanna pronunciata dalla Corte Europea ed intuibile la ragione (si perviene qui al secondo punto del ragionamento): riconoscendo l’autorità della Corte di Cassazione di innovare l’ordinamento giuridico nazionale, la Corte Europea afferma, in un evidente conflitto di interessi, il proprio ruolo di giudice costituzionale sui singoli ordinamenti interni, fino a condizionarne l’indirizzo politico, come recentemente assistito con la condanna dell’Italia per l’omessa previsione del reato di tortura per i fatti di Genova.
Così facendo la Corte Europea si arroga autonomamente un potere di indirizzo ben più ampio di quello originariamente affidatole con la Convenzione, ovvero la verifica, su base strettamente legale, di specifiche violazioni di un determinato testo normativo (la Convenzione stessa ed i rispettivi protocolli) in occasione dell’esercizio di poteri sovrani.
L’invito al lettore a conclusione di questa breve riflessione è quello di prescindere dalle posizioni di merito, in senso progressista o conservativo, sul riconoscimento di nuovi diritti da parte della Corte, e di riportare sempre la concentrazione sul quesito fondamentale posto all’origine di ogni ordinamento costituzionale: chi debba decidere cosa nei confronti di chi. Sul punto gli organi giurisdizionali, per quanto eventualmente dotati di più specifica competenza tecnica, non offriranno mai le (pur scarse) garanzie di legittimazione democratica che caratterizzano (o dovrebbero caratterizzare) i poteri elettivi.
A riguardo, significativa la dissenting opinion espressa dal giudice Antonin Scalia nella già vista pronuncia in materia di matrimonio tra persone dello stesso sesso, con cui il magistrato della Corte Suprema ha espresso manifeste perplessità sulla legittimazione di un collegio di poche unità di individui a porre in discussione le scelte politiche democraticamente adottate dalle assemblee elettive federali e dei singoli Stati. Il filo rosso prosegue…

                                                                                                                                                                G.P.

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